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OPAS Poste-TIM: qualcosa non torna sulla tassazione

L’OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) lanciata da Poste Italiane su Tim si è chiusa ufficialmente venerdì 25 settembre 2026 con il raggiungimento dell’85,82% del capitale. Nonostante il successo industriale dell’operazione guidata dall’AD Matteo Del Fante, per le migliaia di piccoli e grandi risparmiatori che hanno consegnato le proprie azioni si sta profilando una sgradita sorpresa sul fronte fiscale.

A causa di interpretazioni dubbie e controverse delle norme fiscali legate ai concetti di “valore normale”, il fisco calcolerebbe plusvalenze gonfiate rispetto ai reali valori di mercato, traducendosi in una zavorra fiscale da 0,47 euro di tasse extra per ogni titolo Tim portato in adesione. Ho usato il condizionale “calcolerebbe” perchè tutto va verificato con estratti conto, dossier titoli, posizione fiscale personale e modalità di calcolo dell’intermediario. Non è difficile farlo, ma vediamo in dettaglio.

Chi ha consegnato azioni TIM nell’OPAS di Poste Italiane ha ricevuto, per ogni titolo, 1,97 euro in contanti e 0,218 azioni Poste. La componente in denaro era stata aumentata di 30 centesimi pochi giorni prima della chiusura dell’offerta. Fin qui tutto regolare.

Il paradosso

Aderire a un’offerta mista significa cedere le vecchie azioni in cambio di denaro e nuovi titoli. La plusvalenza fiscale dipende dalla differenza tra il valore attribuito a ciò che si riceve e il costo fiscale delle azioni TIM consegnate: in sostanza, il prezzo a cui erano in carico nel dossier titoli.

Il passaggio delicato è attribuire un valore alle azioni scambiate. L’articolo 9 del TUIR usa, per i titoli quotati, la media dei prezzi dell’ultimo mese. In una risposta del 2020 relativa a un’altra OPAS, l’Agenzia delle Entrate ha indicato di sommare la componente in denaro al maggiore tra il valore normale delle azioni consegnate e quello delle azioni ricevute; è in quel “maggior valore” il punto cruciale di tutta la questione.

Qui nasce il paradosso: se il valore delle azioni TIM consegnate è già superiore a quello delle azioni Poste ricevute, aggiungervi comunque i 1,97 euro in contanti può produrre un valore fiscale più alto del corrispettivo che l’azionista vede nel portafoglio. Ma non è solo questo: è l’applicazione complessiva del metodo che è oggetto di discussione e fra poco vediamo un esempio per chiarire.

Il problema nasce direttamente dalla combinazione tra i termini ufficiali dell’offerta e le regole del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) per determinare il cosiddetto “valore normale”:

  1. Il rapporto di cambio dell’OPAS: L’offerta prevedeva che per ogni singola azione Tim consegnata si ricevessero 1,97 euro in contanti più 0,218 nuove azioni di Poste Italiane. Questa quota pari a 0,218 rappresenta la “frazione di azione”.
  2. Il calcolo del Fisco sul “valore normale”: Per la legge italiana, il valore fiscale di un’azione quotata non si calcola sul prezzo di un singolo giorno, ma facendo la media aritmetica dei prezzi di chiusura in Borsa dell’ultimo mese precedente la data di regolamento dell’operazione.
  3. La matematica dietro il valore: In quel mese di riferimento, la media del prezzo di un’azione intera di Poste Italiane era di circa 26,79 euro. Moltiplicando il valore dell’azione intera per la frazione spettante a ciascun azionista, si ottiene l’esatto valore monetario effettivo della quota azionaria ricevuta per ogni titolo Tim:

26,79 euro x 0,218 = 5,84 euro

Il paradosso nasce perché l’Agenzia delle Entrate, anziché tassare la plusvalenza basandosi su questo valore reale (5,84 euro) aggiunto al contante, ha applicato un’interpretazione rigida che ha forzato il parametro a 7,66 euro (il valore normale teorico calcolato sulle azioni Tim).

Esempio pratico: 1.000 azioni TIM

Immaginiamo un investitore con 1.000 azioni TIM, acquistate a un costo fiscale di 5 euro ciascuna. Per rendere leggibile il calcolo usiamo i valori arrotondati riportati sopra: 5,84 euro come valore della quota di azioni Poste ricevuta per ogni TIM e 7,66 euro come valore normale di ogni TIM consegnata. Sono valori riferiti all’esempio, non prezzi validi per ogni dossier.

VoceCalcoloImporto
Costo fiscale delle TIM1.000 × 5 €5.000 €
Contanti previsti dall’OPAS1.000 × 1,97 €1.970 €
Azioni Poste ricevute1.000 × 0,218218 azioni
Valore di riferimento delle Poste ricevute1.000 × 5,84 €5.840 €
Valore complessivo di confronto1.970 € + 5.840 €7.810 €
Valore fiscale applicando il criterio descritto1.000 × (7,66 € + 1,97 €)9.630 €

Confrontiamo ora le imposte. Su un valore di 7.810 euro, la plusvalenza rispetto al costo di 5.000 euro sarebbe 2.810 euro e il 26% ammonterebbe a 730,60 euro. Con un valore fiscale di 9.630 euro, la plusvalenza diventa invece 4.630 euro e l’imposta 1.203,80 euro.

La differenza è 473,20 euro, ossia circa 0,47 euro per azione TIM. In questo esempio, se la banca trattiene l’imposta dai contanti dell’offerta, dei 1.970 euro l’investitore ne vede accreditati 766,20 euro, oltre alle 218 azioni Poste. Il confronto serve a mostrare l’effetto del metodo di calcolo: quei 730,60 euro non sono un’imposta riconosciuta come valida “tout court” dall’Agenzia delle Entrate.

Si possono recuperare i 47 centesimi?

Innanzitutto bisogna verificare quanto è stato effettivamente applicato come tassazione, controllando per esempio quale era il contante promesso e quale quello accreditato. E comunque non c’è un rimborso automatico. Resta la possibilità di valutare con un professionista un’istanza di rimborso, sostenendo che l’imposta sia stata versata in eccesso. La disciplina generale prevede un termine di 48 mesi dal versamento, ma nel caso specifico l’esito è incerto, proprio perché il calcolo contestato si richiama a un’interpretazione espressa dall’Agenzia delle Entrate nel 2020. Prima di procedere serve naturalmente una verifica su estratto conto, dossier titoli e posizione fiscale personale.

UfficiFinanza.it – Domenico Guercia

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