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Quanto rende davvero il tuo portafoglio?

Hai versato 10.000 euro nel tuo portafoglio titoli e oggi ne vedi 11.000.

Fantastico: hai guadagnato il 10%, giusto?

Forse.

Anzi, permettimi di rovinarti subito la festa: se nel frattempo hai aggiunto denaro, effettuato qualche prelievo, incassato dividendi o cedole, sostenuto commissioni e lasciato trascorrere un certo periodo di tempo, quel 10% potrebbe raccontarti una storia molto diversa da quella che immagini.

Ed è proprio qui che comincia uno degli argomenti apparentemente più semplici della finanza, ma in realtà più insidiosi: come si misura il rendimento di un portafoglio titoli?

Se sei alle prime armi, niente paura. In questo articolo “ponte” non voglio sommergerti di formule. Quelle le lascerò a un successivo approfondimento per chi vorrà mettere casco, torcia e scarponi e scendere nei sotterranei della matematica finanziaria.

Qui voglio invece costruire le fondamenta: capire che cosa significa davvero dire “il mio portafoglio ha reso X%”.

Perché prima di usare una formula bisogna sapere quale domanda vogliamo fare ai numeri.

Il rendimento semplice: utile, ma solo quando la vita è semplice.

Partiamo dal caso da libro di scuola.

Investo 10.000 euro. Dopo un anno il mio investimento vale 10.800 euro.

Ho guadagnato 800 euro, quindi il rendimento è dell’8%.

Fin qui nessun problema.

Questo ragionamento funziona bene quando abbiamo:

  • un capitale iniziale;
  • nessun altro versamento;
  • nessun prelievo;
  • nessun flusso di denaro intermedio da considerare;
  • un valore finale chiaramente determinabile.

Ma un vero portafoglio titoli raramente resta così educato.

Potrei iniziare con 10.000 euro, aggiungerne altri 5.000 dopo quattro mesi, prelevarne 2.000 dopo altri tre mesi, ricevere 250 euro di dividendi e 180 euro di cedole.

A quel punto arrivo alla fine dell’anno, guardo il controvalore e…

Quanto ho guadagnato davvero?

E soprattutto: quanto ha reso il mio portafoglio?

Sono due domande che sembrano uguali, ma non necessariamente lo sono.

Prima distinzione fondamentale: guadagno e rendimento non sono la stessa cosa.

Immagina di partire con 10.000 euro.

Se dopo qualche mese aggiungi altri 5.000 euro e alla fine trovi 15.500 euro, non puoi dire:

“Fantastico, sono passato da 10.000 a 15.500 euro: +55%!”

Magari!

Quei 5.000 euro li hai messi tu. Non li ha prodotti il mercato. Lo so che sembra banale, ma è un concetto importantissimo.

Il guadagno ti dice quanti euro hai guadagnato o perso; il rendimento mette quel risultato in rapporto al capitale investito e al tempo impiegato per ottenerlo.
Guadagnare 1.000 euro investendone 10.000, insomma, non è la stessa cosa che guadagnarne gli stessi 1.000 euro investendone 100.000!!

Questo esempio banale contiene già una regola fondamentale: per valutare correttamente un portafoglio devo distinguere ciò che ha prodotto l’investimento da ciò che ho aggiunto o sottratto personalmente.

I versamenti vengono normalmente chiamati conferimenti o flussi in entrata; i soldi che togli dal portafoglio sono prelievi, cioè flussi in uscita.

E attenzione: il momento in cui questi movimenti avvengono può essere importantissimo.

Il tempo cambia tutto.

Supponiamo che io investa 10.000 euro e guadagni 1.000 euro.

Posso dire di aver ottenuto il 10%.

Ma c’è una domanda che manca: in quanto tempo?

Se ho guadagnato il 10% in dieci anni, il risultato ha un significato.

Se l’ho ottenuto in dodici mesi, ne ha un altro.

Se l’ho ottenuto in tre mesi, un altro ancora.

Ecco perché in finanza incontrerai spesso il concetto di rendimento annualizzato: serve, semplificando, a esprimere il rendimento su una base temporale comparabile, tipicamente annuale.

Ma attenzione a non cadere in una nuova trappola: annualizzare non significa semplicemente prendere un rendimento di breve periodo e moltiplicarlo allegramente per il numero di periodi dell’anno.

La capitalizzazione conta.

E soprattutto un rendimento annualizzato è una misura matematica, non una promessa. Aver guadagnato molto in tre mesi non significa affatto che continuerai a farlo con lo stesso ritmo per i successivi nove.

Gli standard GIPS del CFA Institute, per esempio, stabiliscono che nelle presentazioni conformi agli standard i rendimenti relativi a periodi inferiori a un anno non debbano essere annualizzati. È un buon promemoria di quanto possa essere fuorviante trasformare automaticamente qualsiasi risultato breve in un fantomatico “rendimento annuo”.

E cedole e dividendi? Non dimentichiamoli sul tavolo.

Altro errore tipico del principiante: guardare soltanto il prezzo dei titoli.

Compro un’obbligazione a 100 e dopo un certo periodo quota ancora 100.

Rendimento zero?

Non necessariamente.

Nel frattempo potrei aver ricevuto delle cedole.

Stesso discorso per un’azione: se il prezzo passa da 50 a 52 euro, il mio risultato non è necessariamente soltanto quel +4%. Potrei aver ricevuto anche dei dividendi.

Per questo, quando valuto seriamente un investimento, devo ragionare in termini di rendimento complessivo, tenendo conto non soltanto della variazione del prezzo, ma anche dei proventi generati dall’investimento.

Naturalmente devo poi capire se sto osservando un rendimento lordo o netto e quali costi sto considerando.

Commissioni e tasse: perché il rendimento che leggo non sempre è quello che mi rimane.

Un altro piccolo dettaglio capace di diventare molto grande è rappresentato dai costi.

Comprare e vendere strumenti finanziari può comportare commissioni di negoziazione, costi del broker o della banca, eventuali costi di gestione degli strumenti e altre spese.

E poi arriva il fisco.

La tassazione dipende dal tipo di strumento, dalla natura del reddito prodotto e dalla normativa applicabile. In Italia, per molti redditi finanziari l’aliquota di riferimento è il 26%, mentre alcuni titoli pubblici italiani ed equiparati beneficiano generalmente dell’aliquota del 12,5%.

Non voglio però trasformare questo articolo in una guida fiscale: il punto da ricordare è un altro.

Rendimento lordo, rendimento al netto dei costi e rendimento netto fiscale possono essere numeri diversi.

Quindi, quando qualcuno ti dice “ho fatto il 7%”, la domanda intelligente non è soltanto “con cosa?”, ma anche: 7% calcolato come? E prima o dopo quali costi?

Il vero guaio arriva quando versi e prelevi denaro.

Ed eccoci nel cuore della questione.

Immagina un portafoglio che durante l’anno sale e scende.

Parti con 10.000 euro.

Dopo sei mesi il mercato è salito molto e decidi di aggiungere altri 20.000 euro.

Poco dopo arriva una forte discesa.

Il comportamento del mercato è uguale per tutti, ma per te quella discesa pesa parecchio perché hai aumentato il capitale proprio prima del ribasso.

Un altro investitore, con gli stessi titoli ma senza il versamento dei 20.000 euro, potrebbe avere un’esperienza economica molto diversa.

Ed è qui che dobbiamo conoscere due concetti importantissimi:

Time-Weighted Return (TWR) e Money-Weighted Rate of Return (MWRR).

Niente panico: oggi ci interessano le idee, non le formule.

TWR: come si è comportato l’investimento indipendentemente dai miei versamenti?

Il Time-Weighted Return, cioè rendimento ponderato per il tempo, cerca sostanzialmente di neutralizzare l’effetto dei flussi esterni di denaro.

In altre parole, prova a rispondere a una domanda del tipo:

“Come si è comportata la gestione del portafoglio, indipendentemente dal momento in cui io ho versato o prelevato denaro?”

È particolarmente utile, quindi, per valutare una strategia o confrontare una gestione con un benchmark.

Non a caso il CFA Institute sottolinea la distinzione: il time-weighted return elimina l’effetto dei flussi esterni, mentre il money-weighted return incorpora l’effetto della dimensione e del momento di quei flussi.

E già questo dovrebbe farti accendere una lampadina:

non esiste necessariamente un unico rendimento “giusto” in assoluto. Dipende da ciò che voglio misurare.

MWRR: quanto hanno reso davvero i miei soldi, considerando quando li ho messi?

Passiamo al Money-Weighted Rate of Return, abbreviato MWRR.

Qui cambia la prospettiva.

Il MWRR considera quanto denaro è effettivamente investito e quando entra o esce dal portafoglio.

In sostanza, dà peso alla dimensione e alla tempistica dei flussi.

Ed è per questo che può essere molto interessante per l’investitore: racconta meglio l’esperienza effettivamente vissuta dal capitale.

Se verso una grossa somma immediatamente prima di una forte salita, quella salita avrà un grande impatto sulla mia esperienza.

Se la verso subito prima di un crollo, purtroppo vale anche il contrario.

Il CFA Institute osserva infatti che il money-weighted return è utile quando voglio capire come sto procedendo verso i miei obiettivi finanziari, mentre il time-weighted return è più adatto quando voglio isolare e valutare la performance della gestione rispetto, per esempio, a un indice di mercato.

E l’IRR che cos’è? Un altro acronimo inventato per spaventarmi?

Tranquillo, manca ancora qualche lettera dell’alfabeto.

L’IRR, Internal Rate of Return, in italiano Tasso Interno di Rendimento, è strettamente collegato al concetto di rendimento money-weighted.

Semplificando parecchio, l’IRR cerca quel tasso che rende coerenti, dal punto di vista finanziario, tutti i flussi avvenuti nel tempo: investimento iniziale, versamenti successivi, prelievi, incassi e valore finale.

La parola fondamentale è ancora una volta: il TEMPO.

Un euro ricevuto oggi e un euro ricevuto fra cinque anni non sono finanziariamente la stessa cosa.

È il principio del valore temporale del denaro, il valore attuale: uno dei mattoni fondamentali della matematica finanziaria.

Nell’articolo successivo entrerò proprio qui dentro: vedremo con calma cosa significa IRR, perché è legato al MWRR, come funzionano i flussi positivi e negativi, quale è il valore attuale di un flusso futuro e, soprattutto, proveremo a costruire qualche esempio con numeri e formule senza trasformare UfficioFinanza.it in una succursale del dipartimento di matematica.

Un esempio per capire perché due rendimenti possono raccontare storie diverse.

Facciamo un caso volutamente semplice.

Immagina che il tuo portafoglio parta da 10.000 euro.

Nel primo periodo il mercato va molto bene.

Entusiasta del risultato, decidi di aggiungere altri 30.000 euro.

Adesso hai molto più capitale esposto.

Nel periodo successivo il mercato scende.

La strategia di investimento può aver avuto, considerando separatamente i diversi periodi, un certo risultato percentuale. Ma la tua esperienza personale può essere peggiore, perché la perdita è arrivata quando avevi investito molto più denaro.

Il TWR tende a raccontarti meglio come si è comportato il portafoglio nei vari periodi senza lasciare che i tuoi versamenti ne deformino la lettura.

Il MWRR/IRR tende invece a raccontarti che cosa è successo al tuo capitale tenendo conto di quanto denaro avevi effettivamente in gioco nei diversi momenti.

Ed ecco perché i due numeri possono essere diversi. In particolari sequenze di rendimenti e flussi possono persino fornire impressioni molto differenti della stessa esperienza d’investimento.

Non significa che uno dei due stia mentendo.

Stanno semplicemente rispondendo a domande diverse.

E il rendimento complessivo dove lo mettiamo?

Prima ancora di arrivare agli acronimi sofisticati, non perdiamo di vista il quadro generale.

Quando osservo un portafoglio voglio sapere che cosa è successo alla mia ricchezza finanziaria considerando correttamente:

  • capitale iniziale;
  • conferimenti successivi;
  • prelievi;
  • plusvalenze e minusvalenze;
  • cedole;
  • dividendi;
  • altri proventi;
  • costi e commissioni;
  • periodo di investimento;
  • eventuale fiscalità.

Tutto questo, se voglio arrivare a una misura effettivamente netta.

Poi posso scegliere come esprimere quel risultato: in valore assoluto, percentuale complessiva, rendimento annualizzato, TWR, MWRR/IRR o attraverso altre misure ancora.

Ed è proprio questa la lezione che vorrei lasciarti.

Prima scegli la domanda. Poi scegli il rendimento che ti interessa: se vedi due o più rendimenti diversi sul tuo unico portafoglio, non è “fuffa” : è perchè quei rendimenti stanno rispondendo a domande diverse.

Infine, un buon rendimento non basta: bisogna anche chiedersi quanto rischio ho corso.

C’è infine un’altra questione che meriterà un articolo tutto suo.

Un buon rendimento non basta: bisogna anche chiedersi quanto rischio ho corso.

Due portafogli possono aver prodotto entrambi il 7% annuo, ma essere completamente diversi.

Il primo potrebbe aver oscillato relativamente poco.

Il secondo potrebbe essere passato da +30% a -25%, per poi recuperare.

Dire soltanto “hanno reso entrambi il 7%” nasconde una parte fondamentale della storia.

Il rendimento ha senso soltanto se viene letto insieme al rischio assunto per ottenerlo.

Volatilità, drawdown, concentrazione, diversificazione e confronto con un benchmark appropriato sono altri pezzi del puzzle. La stessa valutazione professionale della performance non si ferma al semplice numero finale, ma distingue misurazione della performance, attribuzione dei risultati e valutazione della qualità del processo d’investimento.

Ma per oggi fermiamoci prima che, chi aveva aperto l’articolo per capire se aveva guadagnato il 5%, cominci a cercare su Google “come chiudere per sempre il conto titoli”.😉

Volevo solo far capire che la percentuale sullo schermo o sul foglio non è tutta la storia.

Se sei arrivato fin qui, voglio che ti rimanga soprattutto un concetto.

Quando guardi il rendimento del tuo portafoglio, non accontentarti del numeretto percentuale.

Chiediti che cosa comprende.

Tiene conto dei dividendi? Delle cedole? Dei versamenti? Dei prelievi? Delle commissioni? Del tempo trascorso? È un rendimento totale oppure annualizzato? È lordo o netto? È time-weighted oppure money-weighted?

Sembra complicato, ma c’è una buona notizia: non devi diventare un matematico per capire il tuo portafoglio.

Devi però sapere che dietro a quel rassicurante “+6,37%” può esserci una metodologia precisa.

E comprenderne almeno la logica ti permette di valutare meglio i tuoi risultati, confrontare correttamente investimenti e gestioni e soprattutto evitare di raccontarti che hai guadagnato soldi che, magari, hai semplicemente versato tu.

Nel prossimo approfondimento possiamo aprire il cofano e guardare il motore: formule, rendimento semplice, rendimento composto, annualizzazione, TWR, MWRR e IRR, con esempi numerici passo dopo passo.

Perché un rendimento senza contesto è soltanto una percentuale. Un rendimento compreso davvero, invece, diventa informazione utile per prendere decisioni.

UfficioFinanza.it – Domenico Guercia
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